Qualche giorno fa, sotto una pioggia torrenziale che mi ha colta all’improvviso, correvo verso la stazione per non perdere il treno. Ero ferma a un semaforo, fradicia e un po’ trafelata, quando un giovane uomo con un ombrello si è avvicinato con un gesto semplice e immediato: mi ha fatto spazio sotto il suo ombrello.
Gli ho sorriso, e in quel sorriso ho incontrato due occhi straordinari. Erano verdi, chiarissimi, una sfumatura quasi tra il verde e il
grigio. Occhi luminosi, e allo stesso tempo profondamente tristi. Mi ha chiesto in inglese se stessi andando alla stazione; ho risposto di sì, che avevo pochissimi minuti per prendere il treno. Quando il semaforo è diventato verde, sono partita di corsa… e lui ha iniziato a correre con me, continuando a ripararmi dalla pioggia.
Arrivati in stazione, il treno era già in arrivo. Mi sono fiondata sul binario convinta che ognuno avrebbe proseguito per la propria strada. Invece l’ho visto raggiungermi e sedersi accanto a me. Da lì è nata una conversazione inattesa, delicata, preziosa.
Mi ha raccontato di venire dalla Tunisia. È uno studente, sta facendo un master a Firenze in scienze motorie, ma non riesce a trovare lavoro. Vive in un ambiente che non sente suo, con persone che bevono e fumano mentre lui non lo fa, e questo lo rende triste, disorientato. A un certo punto gli ho chiesto se avesse un sogno. Mi ha risposto: “Ce l’avevo, ma si è spezzato.”
Aveva solo ventiquattro anni.
Mi ha raccontato che da ragazzo era una promessa del calcio tunisino, cercato da importanti squadre di serie A, poi qualcosa si è interrotto. Ha scelto di studiare, di cambiare strada. Mi ha mostrato le foto di quando giocava, sorridente, pieno di energia. Poi, guardandomi con quegli occhi chiari e feriti, mi ha detto che tutto quello che fa lo fa per suo fratello, un ragazzo di sedici anni con sindrome di Down. “Non mi importa per me. Mi importa per lui.”
Mi ha mostrato le foto del fratello, della sua famiglia. E ciò che mi ha attraversato il petto in quel momento è stata una tristezza profonda: un ragazzo così giovane che dice di non avere più sogni. Un pensiero che rispecchia una realtà più ampia, perché tanti giovani — di qualsiasi paese — sentono il peso di un sistema che li schiaccia, che li priva di spazi, di possibilità, di fiducia.
Da madre, da donna, ho sentito il bisogno di un gesto semplice: gli ho dato il mio numero e gli ho detto che avrei chiesto ai miei figli se sapessero di qualche opportunità. E soprattutto gli ho detto che la prima cosa, qui, è imparare davvero l’italiano. Questo apre porte. Questo permette di respirare un po’ più liberamente.
Lui aveva compiuto un atto di gentilezza verso una sconosciuta sotto la pioggia. Io ho semplicemente fatto lo stesso con lui. Ed è incredibile quanto sia facile, quanto sia “economica”, questa gentilezza. Parlare con un altro essere umano. Ascoltarlo. Entrare, anche solo per pochi minuti, nella sua storia. Ricordarsi di essere umani.
Quando siamo arrivati al mio capolinea, prima di salutarlo, gli ho detto:
“Ricordati di sorridere. Mantieni vivo il sorriso interiore. L’universo risponde. E lotta per i tuoi sogni. Sempre.”
Gli occhi della gentilezza non hanno età, provenienza o destino. A volte arrivano sotto un ombrello, in mezzo alla pioggia, per ricordarci chi siamo davvero.
Francesca Maestrelli